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febbraio 16, 2015

Essere neolaureata nel 2015: no, la laurea non è un pezzo di carta

Essere neolaureata nel 2015: no, la laurea non è un pezzo di carta

In Italia, la terra dei dottori, troppo spesso sento ancora dire: “la laurea è un pezzo di carta” – “cosa te ne fai di un pezzo di carta?” – “alla fine il lavoro non lo trovi lo stesso, nemmeno se hai in mano un pezzo di carta”. Ho conseguito la laurea magistrale in febbraio dopo 5 anni di sudore, pianti, fatiche, voti, prove, professori, lezioni, e oggi vi racconto cosa si prova a essere una neolaureata nel 2015.

Sono arrivata a Milano, una nuova città, a soli 18 anni con un diploma di liceo classico in tasca, un’iscrizione alla facoltà di Lettere e Filosofia, una cara amica e l’impressione di avere la libertà a portata di mano. Pensate che durante l’ultimo giorno di scuola, nel giugno del 2009, io e i miei compagni di classe sfoggiavamo tutti una maglietta che recitava “Nunc demum redit animus“, frase che può essere tradotta in italiano come “Ora finalmente si comincia a respirare”. A pronunciare quella frase era stato Tacito, che festeggiava il ritorno della libertà d’espressione al termine del dominio dispotico di Domiziano. Quello che non sapevamo era che la nostra libertà, nel corso dei 5 anni successivi, sarebbe stata una libertà apparente, fatta di continue sfide con noi stessi. Il problema non erano più i professori. Non era più la campanella. Non erano più nemmeno i litigi con i compagni di classe. Il problema era la persona che vedevi di fronte allo specchio, che doveva organizzarsi da sola (per i fuori sede, senza nemmeno più mamma e papà) e doveva decidere chi voleva diventare nel corso degli anni successivi.

Gli anni universitari insegnano molto più di quello che c’è scritto nei libri. Quando vengono a mancare le interrogazioni e le verifiche, quando nessuno più controlla le pagelle, quando l’appello non lo fa più nessuno e non bisogna portare alcuna giustificazione per una lezione saltata, quando le scadenze le decidi tu, lo studente ingenuo e ignaro si trova di fronte a due possibilità: diventare festaiolo e abbracciare la libertà più sfrenata, fatta di feste, cazzeggio, anni di “parcheggio” fra i verdi chiostri universitari, oppure diventare stacanovista, affondare la testa nei libri e tirarla su 5 anni dopo, con tanta fatica, qualche diottria in meno, con tanto sonno e stress accumulato.

In mezzo ci sono tante sfumature:

  • quelli insicuri, che potrebbero ma non vogliono. Sono persone brillanti che per qualche ragione si sentono un po’ sfigate. I peggiori nemici di se stessi.
  • i perfezionisti, con non danno l’esame finché non è perfetto. Concludono con 110 e lode dopo 10 anni di laurea triennale.
  • i polemici, che “se non prendo 30 la colpa è del prof“. La specie più curiosa: trovano il modo per litigare con tutti i docenti, di polemizzare con gli assistenti, di ribellarsi contro il sistema e di dare comunque la colpa al professore. Un po’ li ammiro, perché riescono a puntare il dito contro tutti senza mai girarlo verso lo specchio. Mitici. Hanno un talento.
  • gli equilibrati, che trovano un compromesso fra stress da esami e vita sociale. Beati loro.
  • gli ansiosi, che sanno tutto alla perfezione, ma sono circondati da una strana aura di tensione che si trasmette a compagni e professori. Anche se si impegnano da morire, tendono a portare sfiga e vorresti non dare mai un esame insieme a loro.
  • i debitori, diffusa specie che si sveglia dal letargo solo durante la sessione di esami. Senza mai averti rivolto la parola se ne escono con un “ti prego dammi gli appunti. Hei grazie sei grande davvero!”. Generalmente puntano a noi stacanovisti.

Dopo 5 anni, una laurea triennale in lettere, una laurea specialistica in comunicazione, più di 30 esami, 3 stage, 2 anni di lavoro, oggi alzo finalmente la testa dai libri e mi sembra che sia stato tutto un lungo sogno. Mi guardo allo specchio e non riconosco più la diciottenne sognatrice arrivata a Milano con le All Star, la maglietta dei Led Zeppelin, i colpi di testa e l’illusione che avrei fatto shopping da Zara per 5 anni. Vedo una giovane adulta di 23 anni con un lavoro che ama, una stanzetta tappezzata di rock star che non la rappresentano più, che indossa con disinvoltura giacca e camicia, che ha in programma un’imminente convivenza, e che ha imparato a ragionare con il cervello e non con il cuore.

Cos’è successo? Beh, a ben guardare è piuttosto semplice. L’ovvia verità è che gli esami, i tomi di 1500 pagine, le ore passate a tu per tu con evidenziatori e caffè, i compagni di corso che cadono e a volte si rialzano, a volte lasciano, l’amico che proprio non riesce a superare l’esame di Letteratura Latina 1, il terrore di non farcela, la necessità di rispettare le scadenze che ti sei imposto, la paura di deludere te stesso, ti cambiano. Non sei mai così solo con te stesso e con le tue capacità come all’università. Lo studio è una delle poche attività non delegabili e in quanto tale rientra nelle esperienze individuali: non c’è nessuno che possa imparare al posto tuo, nessuno che possa dare l’esame quando non ne hai voglia (a parte il tuo gemello segreto secchione), nessuno che metta le pezze di fronte alle tue negligenze e che cancelli magicamente un 18 che hai accettato perché non ne potevi più.

Fare l’università è come camminare su un campo minato sperando di non incappare in una trappola: intorno a te le persone mollano, cambiano, cadono, si rialzano, sbattono la testa contro il muro, e tu cammini cercando con lo sguardo la fine di un interminabile percorso a ostacoli. A volte prendi per mano un amico, altre volte tu stesso sei costretto a rifugiarti negli affetti e a chiedere una mano per trovare la voglia di continuare a impegnarti. E dopo 5 anni senza mai fermarti, senza mai perdere una sessione, dopo 5 anni di studio anche a Ferragosto, ti guardi indietro a guardare quel che rimane. E stai certo che quel che rimane non è solo un pezzo di carta.

Quel che rimane è la consapevolezza di potercela fare, ma soprattutto di volercela fare.
Quel che rimane è la maturità di capire che sarai sempre responsabile dei risultati che otterrai. D’ora in poi non si esprimeranno più in voti ma in riunioni, fatture, incontri commerciali, colloqui di lavoro, feedback dal capo e dai clienti.
Quel che rimane è l’orgoglio di guardarti allo specchio e di sapere che sei sopravvissuto al campo minato. Alcuni saranno più ammaccati, altri più integri, alcuni ci arriveranno prima, altri dopo, ma la cosa più bella è avercela fatta.
Quel che rimane è il ritratto di chi vedi allo specchio: sei sempre tu, ma in 5 anni ne sembrano passati 20. Forse hai cambiato amici, hai cambiato partner, hai cambiato interessi, ma sotto sotto sei sempre tu con tanta esperienza in più e qualche nozione che ti puoi giocare nel mondo del lavoro.
Quel che rimane è la certezza che sei solo all’inizio: se, un po’ ingenuamente, eri uscito dalle superiori con la felicità di non dover più andare a scuola tutte le mattine, dopo l’università sai che il mondo del sapere è talmente immenso da non poter essere rinchiuso in un programma scolastico, e nemmeno in qualche esame.

Con ciò non intendo dire che a queste certezze si possa arrivare solo attraverso il percorso universitario (che per altro dovrebbe essere una scelta desiderata e consapevole, non un obbligo imposto). Conosco bravi professionisti che senza aver fatto l’università sono più validi di molti dottori. Ma sono sicura che la laurea nel 2015 non significhi avere solo un pezzo di carta. Una laurea desiderata, per la quale hai lottato, una laurea che hai voluto con tutto te stesso, ha un valore intangibile che non si esprime in un voto o in un titolo accademico, ma che si misura in numero di ore passate a studiare, in libri evidenziati, in mal di pancia, in “ma chi me l’ha fatto fare”.

Ora, caro amico neolaureato, non arrenderti. L’università ci ha insegnato una cosa fondamentale: il successo non casca dal cielo. È fatto di fatica, stress, preoccupazione, persino paura a volte, ma alla fine la determinazione paga. Anche oggi. Anche nel 2015. Perché dovremmo pensare che d’ora in poi la strada sia in discesa?
Se posso darti un consiglio, leggi questo post di Rudy Bandiera, che ammiro molto non soltanto per la sua competenza professionale, ma soprattutto perché il suo modo di vedere il mondo mi sembra molto simile al mio. Forse sono matta, forse sono troppo ottimista, ma di una cosa sono sicura: essere pessimisti, scoraggiati in partenza dal mercato del lavoro, sentire di aver già perso prima di aver iniziato, non cambierà in meglio le cose.

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Roberta Migliori

Ciao! Sono Roberta Migliori, consulente di comunicazione e social media specialist in Wingage, società del gruppo GSO Company. Mi occupo principalmente di comunicazione interna e di formazione. Mi piace studiare (forse non sono normale), mangiare la pizza, e PERSINO lavorare.

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